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Zaragoza, Benidorm ed Estarreja vincono i titoli “green” europei per il 2028. L’anno del premio può servire a rimettere in relazione ciò che una città già fa e a trasformarlo in una strategia capace di parlare all’Europa.

L’8 ottobre, a Guimarães, la Commissione europea ha annunciato le città premiate per il 2028. Zaragoza sarà European Green Capital, con un premio di 600.000 euro, Benidorm ed Estarreja condivideranno il titolo di European Green Leaf, dedicato alle città tra 20.000 e 100.000 abitanti, con 200.000 euro ciascuna. Le motivazioni della giuria parlano di governance e impegno di lungo periodo per Zaragoza, di equilibrio tra turismo di massa e tutela ambientale per Benidorm, di un passato industriale superato attraverso un’azione collaborativa per Estarreja.

Di solito queste notizie si fermano alla vittoria, ma forse la parte più interessante è quello che può succedere dopo e le opportunità che questo tipo di premi offrono ai territori: innanzitutto la possibilità di mettere a sistema quello che è già presente e rafforzare le azioni e strategie del network. Quasi ogni città infatti, anche la più piccola, fa già molte cose sui temi ambientali. C’è l’associazione che cura un orto di comunità, la scuola che porta avanti da anni un progetto di educazione ambientale, il laboratorio universitario che studia la qualità dell’aria, l’ufficio del verde che sperimenta un nuovo modo di gestire le aree pubbliche, il progetto europeo che sperimenta nuove soluzioni, il festival che prova a ridurre il proprio impatto. Ognuna di queste esperienze ha i suoi finanziamenti, il suo calendario, la sua comunicazione, i suoi interlocutori. Spesso non si conoscono tra loro o si conoscono senza lavorare insieme, se non in maniera occasionale e sporadica.  Il risultato è una città che fa molto, ma non riesce a vedersi come un insieme, e quindi nemmeno a raccontarsi come tale.

Un premio, e prima ancora il percorso di candidatura, obbliga a fare proprio questo esercizio: guardare la città nel suo complesso, mettere in fila ciò che esiste, capire dove le esperienze si toccano e dove invece restano isolate. È un lavoro che raramente si fa per scelta, perché non ha una scadenza e non porta un finanziamento. Il titolo, però, offre l’occasione di farlo.

Grenoble, Capitale Verde Europea nel 2022, è un caso utile per capire come questo possa accadere in concreto. L’anno del titolo è stato costruito insieme dalla Città, dalla Metropoli e dal Dipartimento dell’Isère, con oltre 200 partner tra università, imprese, associazioni e comuni del territorio. Chiunque poteva aderire a uno dei 54 “défis” (sfide) distribuiti su dodici temi, dal clima alla biodiversità, dai rifiuti alla mobilità.

Chacun peut s’engager par des actions concrè

Un fondo dedicato, i “Coups de pouce verts”, ha sostenuto con oltre 600.000 euro 114 progetti di associazioni e 68 progetti educativi in scuole del territorio. Un consiglio scientifico ha organizzato ogni mese un dibattito pubblico sui temi del programma. A fine anno l’agenzia che gestiva il titolo contava più di 700 iniziative e circa 200.000 partecipanti.

I numeri raccontano una storia, ma  dicono meno dei meccanismi.

Un fondo pensato per le piccole realtà con sfide aperte a cui chiunque poteva aderire, insieme a interventi di scala cittadina e un luogo di confronto tra ricerca e cittadinanza,  sono dispositivi che servono a far convergere esperienze che altrimenti sarebbero rimaste separate. È questo, credo, il potenziale più interessante di un premio: non aggiungere un calendario di eventi, ma creare per un anno le condizioni perché chi lavora sugli stessi temi si incontri, si riconosca e scopra di poter fare qualcosa insieme.

Lo stesso caso mostra anche il limite di questo lavoro. Il giorno della cerimonia di apertura, a Grenoble, alcune associazioni ambientaliste e sindacati hanno manifestato parlando di greenwashing, indicando le contraddizioni tra le piste ciclabili celebrate dal titolo e, nello stesso territorio, l’ampliamento di un’autostrada urbana e nuovi centri commerciali. Al di là del giudizio sul merito, la critica coglie un punto importante: ricucire non significa mettere tutto sotto lo stesso logo. Etichettare settecento eventi non costruisce una strategia. Una cucitura tiene solo se le parti che unisce sono coerenti tra loro, e una città che mette in rete soltanto le sue esperienze virtuose, lasciando fuori le scelte che vanno in direzione opposta, ottiene un mosaico ben comunicato, non un tessuto.

Poi c’è la dimensione europea.

Il titolo porta con sé l’ingresso nelle reti delle città premiate e finaliste, l’EU Green Capital ed EU Green Leaf Network, pensate per scambiare esperienze e avviare iniziative comuni. Porta visibilità, contatti, inviti. Ma la proiezione europea funziona davvero solo se la città arriva con qualcosa da offrire e qualcosa da cercare. L’Europa non è un palcoscenico su cui presentarsi, è uno spazio in cui si portano domande e si trovano partner. Così le esperienze che a  livello locale definiscono la strategia, sono quelle che possono essere proiettate all’esterno come buone pratiche, rendendo la città un partner credibile per nuovi network e candidature. Al contrario, il confronto con altre città europee aiuta a leggere meglio le proprie esperienze, a capire quali sono davvero innovative e quali hanno bisogno di essere ripensate. Per una città media come quelle premiate con la Green Leaf, questo passaggio può valere più dei 200.000 euro del premio.

Le città premiate per il 2028 hanno già alcuni fili da cui partire. Zaragoza lavora da quasi dieci anni su un Piano direttore dell’infrastruttura verde, presentato nel 2017 dopo un percorso partecipativo e costruito attorno a un principio semplice: non urbanizzare la campagna, ma naturalizzare la città. Estarreja è stata premiata proprio per la capacità di tenere insieme attori diversi. Benidorm deve per forza tenere in relazione ambiente ed economia turistica. In tutti e tre i casi, la domanda è se l’anno del titolo diventerà l’occasione per allargare quella trama o soltanto per mostrarla. Perché questo accada, serve qualcosa di meno visibile di un programma di eventi. È necessario strutturare un tavolo, un gruppo di lavoro che esista prima del titolo e continui dopo, con il compito di mappare ciò che c’è, mettere in relazione chi lavora sugli stessi temi, decidere anche cosa lasciare fuori. Senza questa funzione, l’anno del premio rischia di essere una lunga serie di iniziative parallele che si sciolgono il primo gennaio successivo.

È una questione che conosco da vicino. Siena sarà European Green Leaf nel 2027 e da quest’anno mi trovo a coordinare per Comune Ecosistema Urbano Siena, un gruppo che riunisce associazioni, istituzioni pubbliche e private realtà del territorio e competenze diverse attorno ai temi della sostenibilità. Il payoff che ci siamo dati dice già molto della sua logica: “Siena, connessioni per la sostenibilità”.

Dentro la rete convivono esperienze molto diverse: chi sperimenta aree test di sfalcio selettivo, chi fa citizen science, chi organizza eventi a basso impatto, chi si occupa di formazione. Il Festival diffuso Ecosistema Urbano è diventato il momento in cui queste esperienze diventano visibili insieme, ma il lavoro vero sta in quello che succede tra un appuntamento e l’altro: lo scambio di competenze e di contatti, le occasioni di lavorare in comune e di attivare nuove progettualità. Non è sempre semplice e spesso ci sono dei vuoti di comunicazione, ma è un percorso cominciato da lontano che ha in sé una potenzialità molto forte.

Questo network non nasce dal nulla. È il risultato di percorsi di partecipazione avviati negli anni precedenti, di un ascolto attivo tra associazioni e istituzioni che ha richiesto tempo e che ha costruito una fiducia reciproca senza la quale nessuna rete regge. In questo, i progetti europei hanno avuto un ruolo che spesso si sottovaluta. Un percorso come quello del network URBACT BiodiverCity, esperienze di partecipazione sul piano regolatore, il progetto ConverSI o URBINAT, hanno abituato soggetti diversi a sedersi allo stesso tavolo, a lavorare su obiettivi comuni, a confrontarsi con quello che accadeva in altre città europee. È una modalità di lavoro che è diventata il terreno su cui una rete come Ecosistema Urbano ha potuto crescere.

Per questo credo che il rapporto tra premi ed Europa vada letto in entrambe le direzioni. Non è soltanto il titolo a proiettare una città verso l’Europa, spesso sono i progetti europei venuti prima a costruire, a livello locale, quella capacità di mettersi in rete che un titolo può poi valorizzare e allargare.

Un premio trova un tessuto da rafforzare solo se qualcuno, prima, ha cominciato a tesserlo.

Il valore di un premio come questo, quindi, non sta tanto nel nel riconoscimento in sé quanto in ciò che rende possibile. Uno dei grandi valori aggiunti sta nel far vedere a una città che le sue esperienze, messe in relazione, compongono già una strategia che è riconosciuta e riconoscibile nche fuori dai propri confini.

Resta una domanda, che vale per molte città che un premio non lo vinceranno mai e forse non lo cercheranno: serve davvero un titolo europeo per fare questo lavoro strategico? Beh, forse un premio o un titolo non innesca una logica del genere se questa non è già presente in una città, ma di sicuro lo metta alla prova: dove il lavoro è già cominciato, gli dà forza e visibilità, dove non c’è, rischia sono di coprirne (temporaneamente) l’assenza.