Seleziona una pagina

C’è una forma di bulimia che conosciamo bene nel mondo della progettazione:  la bulimia del fare.
Esce un bando interessante, perché non partecipiamo?
Arriva una call, beh dai proviamoci.
Un partner ci propone di entrare in un nuovo progetto, perché no? se fanno tutto loro…
C’è un evento, un tavolo, una rete, un’opportunità di finanziamento, dobbiamo essere presenti.

E così, quasi senza accorgercene, il calendario si riempie, i progetti si moltiplicano e le application si accumulano.
In fondo la scusa magica è: intanto candidiamoci, poi magari non passa.
Ma cosa succederebbe se, invece, passasse tutto?

È una domanda che facciamo molto meno spesso, ma che è fondamentale. Ci chiediamo se abbiamo davvero le risorse per gestire quel progetto? Le persone, il tempo, le competenze, la liquidità necessaria? E se decidiamo di investire energie lì, a cosa dovremo inevitabilmente sottrarle? Ma soprattutto quell’opportunità ci porta davvero nella direzione in cui vogliamo andare?

Il costo del non scegliere

Non scegliere ha un costo. E spesso cominciamo a vederlo quando è già diventato difficile da gestire. Le persone lavorano costantemente in emergenza. Le scadenze si sovrappongono. Aumentano gli errori materiali, le attività vengono realizzate perché “vanno fatte” e rimane sempre meno tempo per chiedersi come potrebbero essere fatte meglio.

Anche le relazioni ne risentono.
Chi lavora con noi viene convocato per un progetto, poi per un altro, poi per un nuovo tavolo. Chiediamo tempo, idee, disponibilità, partecipazione. Ma se non riusciamo a restituire risultati, a dare continuità ai processi o semplicemente a spiegare che cosa è successo dopo, quella disponibilità lentamente si consuma. La bulimia del fare non stanca soltanto le organizzazioni. Può stancare anche le comunità che cerchiamo continuamente di coinvolgere e io diversi stakeholder di un’organizzazione. 

C’è poi un costo meno visibile, ma forse anche più importante: perdiamo occasioni per imparare.
Se un progetto finisce e siamo già immersi nel successivo, quando troviamo il tempo per capire cosa ha funzionato? Cosa abbiamo sbagliato? Quali relazioni vale la pena coltivare? Quali competenze abbiamo acquisito? Rischiamo così di accumulare attività senza accumulare esperienza.

Scegliere significa anche rinunciare

La parola scelta contiene qualcosa che non ci piace molto: ogni volta che scegliamo qualcosa, inevitabilmente rinunciamo a qualcos’altro.
Eppure la rinuncia non è necessariamente una perdita. Può essere il modo attraverso cui decidiamo dove mettere davvero il nostro tempo, le nostre risorse e la nostra attenzione.

Significa passare dalla domanda: “Possiamo fare questa cosa?” a una domanda un po’ più scomoda: “Questa cosa contribuisce davvero a ciò che vogliamo essere?”

Non significa chiudersi alle opportunità, diventare meno curiosi o smettere di sperimentare. Significa, al contrario, sapere abbastanza bene dove vogliamo andare da poter distinguere un’opportunità da una distrazione. Perché non tutte le call devono diventare un’application. Non tutte le reti richiedono la nostra presenza. Non tutte le idee devono trasformarsi immediatamente in un progetto.

A volte crescere significa aggiungere. Altre volte significa consolidare ciò che abbiamo costruito, dedicargli più tempo, renderlo migliore.
E qualche volta significa semplicemente avere il coraggio di dire: questa volta no.

Non perché non siamo capaci di fare qualcosa, ma perché abbiamo scelto di fare bene qualcos’altro.
Scegliere non significa fare meno, significa decidere a cosa vogliamo dare davvero spazio e che direzione intraprendere.