Quando la coerenza conta più della dichiarazione
Negli ultimi anni la sostenibilità ambientale è entrata con forza nell’agenda culturale e nel settore teatrale. Festival, teatri, stagioni artistiche e istituzioni si interrogano – giustamente – sul proprio impatto ambientale, che si intreccia, e a volte va in conflitto, con quello sociale ed economico. Si tratta di cambiare approccio già in fase di progettazione, e porre attenzione all’impatto energetico, a come impostare gli aspetti logistici organizzativi (dal rapporto con i fornitori, alla mobilità di ospiti e spettatori) e a come raccontare queste tematiche.
È un passaggio necessario, ma anche un terreno decisamente scivoloso.
Quando un approccio o una parola (famigerata sostenibilità) diventa centrale nel dibattito pubblico, aumenta la tentazione di usarla come dichiarazione prima ancora che come pratica.
La buccia di banana è dietro l’angolo, molte volte anche in buona fede (che non è una scusante!)
Nel mondo della cultura, poi, le risorse sono spesso limitate, i margini di manovra non sempre ampi, le filiere complesse e i vincoli strutturali reali.
In questo contesto, il rischio non è solo il greenwashing intenzionale. Ancora più insidiosa è la scorciatoia comunicativa: raccontare l’impegno senza aver costruito un percorso.
La sostenibilità non è una voce da aggiungere al programma di sala, non è un’azione isolata che dura il tempo di una fioritura, è un insieme di scelte che toccano aspetti diversi, spesso estremamente pragmatici che richiedono azioni anche molto coraggiose. Non tutto può essere risolto subito e non tutto è migliorabile in tempi brevi. Ogni scelta racconta una direzione: si tratta di un processo più che di una immagine, in cui è fondamentale raccontare perché si fa una cosa e non un’altra. La coerenza non è fare tutto bene, ma essere chiari pur nelle criticità di alcune scelte.
Qualche modello interessante
In diversi contesti teatrali europei questo approccio è già realtà. Il Julie’s Bicyclenel Regno Unito, ad esempio, lavora da anni con istituzioni culturali per integrare la sostenibilità ambientale nei modelli gestionali, fornendo strumenti di misurazione e accompagnamento strategico e negli anni ha raccolto esempi molto diversi tra loro ma che segnano un cambio di approccio da parte delle organizzazioni culturali. Tra gli esempi più interessanti c’è quello di Northern Stage, teatro di Newcastle, che ha scelto di affrontare la sostenibilità non come una campagna di comunicazione, ma come un processo che attraversa l’intera organizzazione. Il percorso, sviluppato seguendo gli standard del Theatre Green Book, coinvolge produzione artistica, gestione dell’edificio, attività del bar, mobilità del personale e rapporto con il pubblico. Tra le azioni adottate ci sono il riutilizzo sistematico di scenografie e costumi, la catalogazione dei materiali per favorirne il riuso, la riduzione della plastica monouso, la progressiva digitalizzazione dei biglietti e dei programmi di sala, la collaborazione con fornitori locali e la formazione del personale sui temi della sostenibilità ambientale.
Northern Stage ha deciso di rendere pubblico il proprio percorso, dichiarando il livello di sostenibilità raggiunto e spiegando con trasparenza quali obiettivi restano ancora da conseguire. Sul proprio sito invita inoltre gli spettatori a partecipare al cambiamento con piccoli gesti concreti, come scegliere il trasporto pubblico, utilizzare i biglietti digitali o preferire i programmi online.
Sapevamo che il pubblico si aspettava che prendessimo sul serio la sostenibilità. Abbiamo deciso di condividere il nostro percorso e invitare gli spettatori a farne parte.
Un percorso da condividere e raccontare
Quando un teatro intraprende un percorso ambientale, non lo fa mai da solo ma coinvolge tutti: dallo staff tecnico e artistico, ai fornitori e soprattutto il pubblico.
Raccontare la sostenibilità, le contraddizioni e difficoltà di questo percorso, non significa rivendicare un primato, ma condividere un cammino, spiegare le scelte fatte e dichiarare tutti i limiti ancora presenti. Se un teatro decide di ridurre materiali di stampa, di ripensare gli allestimenti o di incentivare forme di mobilità sostenibile per il pubblico, queste scelte devono essere spiegate.
Non per giustificarsi, ma per creare consapevolezza.
Il rischio più grande, oggi, non è fare un errore, ma semplificare troppo la narrazione. Dire “siamo sostenibili” è semplice come fare dei biglietti con dei semi da piantare (!), raccontare cosa significa, nel concreto molto meno. Eppure è proprio lì che si costruisce fiducia, cercando di rendere leggibili le scelte, i vincoli e le direzioni intraprese.
È un percorso che richiede tempo, coerenza e dialogo. E forse è proprio per questo che vale la pena raccontarlo.
La sostenibilità diventa davvero cultura quando smette di essere un obiettivo interno all’organizzazione e diventa un percorso condiviso con il pubblico.